Oltre il nero, la pedagogia della trasformazione secondo Janusz Korczak


A Lugano il prof. Dario Arkel ha presentato il suo saggio La Società Pedagogica, dal pesantemente necessario al benevolmente opportuno.

Generoso il Prof. Arkel, troppo generoso, per usare un’espressione cara a molti giovani. Nella sua conferenza presso l’AEC di Lugano il 30 aprile ci ha infatti regalato tutto quello che poteva nel tempo a lui concesso. E per chi, come me, vorrebbe riferire quanto ascoltato, il compito è davvero arduo. Chi prende appunti durante uno spettacolo teatrale? La sua esposizione è stata così appassionante che ho dovuto abbandonare carta e penna per ascoltare, guardare e lasciarmi coinvolgere. La commozione che ha contagiato tutti i presenti nel rivivere la vicenda del Dr. Korczak e dei suoi bambini era tangibile, ed è giusto, perché tutto parte proprio da lì, da quel finale da film, da quei bambini in fila per quattro, col vestitino della festa, con il loro giocattolo rappezzato, che vanno cantando verso il loro destino, l’”Oltre-nero”, accompagnati dal loro Maestro, che condividerà la loro sorte tragica a Treblinka.
Non deve meravigliare quindi che la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo sia ispirata all’ opera e al pensiero del Dr. Korczak, che già nel 1929 aveva scritto Il diritto del bambino al rispetto1.
Già, i diritti del bambino. Ma quando mai il bambino ha avuto dei diritti? Quando i politici citano i bambini nei loro programmi elettorali? E che cos’è un bambino? Che cosa vuol dire diritto al rispetto?
Forse oggi noi siamo più sensibili a questo problema. Certo, nei nostri paesi occidentali non si parla nemmeno più di orfanatrofi, di lavoro minorile e altre ingiustizie verso i piccoli. Ma è proprio così? E nel resto del mondo?
Pensiamo alla percezione del tempo che ha un bambino. Non è come la nostra. Noi siamo tutti assillati dal tempo, dall’orologio. Avete mai visto un bambino guardare l’orologio mentre gioca? E lo spazio? Com’è per un bambino la percezione dello spazio? Come misura lo spazio un bambino? Spazio, tempo. Solo da poco si misurano certe distanze col tempo: anni luce.
E qui il prof. Arkel ci ricorda la duplicità del concetto di tempo per gli antichi greci.
Kronos – Saturno per i Romani, che divorava i suoi figli – che ci dà la storia, una cronologia di lutti, e Kairos, il tempo dell’opportunità, della creatività, il momento giusto.
Qual è il tempo del gioco, così importante per il bambino? E lo spazio, come lo collochiamo, se mi perdonate il bisticcio? Quando un bambino gioca con una spazzola, la fa diventare un sottomarino, è evidente che sta nel mare, ed è tutto “suo”, il sottomarino e il mare.
Il suo spazio però non è una “proprietà privata” applicabile agli oggetti materiali, ma luogo interiore dei propri sentimenti, lo spazio del gioco, lo spazio del suo tempo, appunto Kairos.
Dalla teoria alla pratica. Nel 1911 fonda la Casa degli Orfani, Dom Sierot. Eh sì, ce n’erano tanti di orfani ebrei già allora. Varsavia si trovava nella parte della Polonia sotto il governo russo, in cui i terribili Pogrom erano frequenti. La Dom Sierot era un progetto avveniristico per quei tempi. L’orfanotrofio era gestito dagli stessi bambini, che lo sostenevano grazie al loro lavoro manuale e artigianale, che pianificavano il lavoro, mantenevano un governo attraverso un Tribunale e un Giornale e organizzavano attività culturali e ricreative. Per fare tutto ciò naturalmente ci voleva l’apprendimento, che avveniva attraverso i bambini stessi, secondo quel metodo che ora si chiama “mentoring”, per cui i ragazzi imparavano a insegnare ai loro compagni.
C’era persino una Vetrina degli Oggetti Perduti. Che “valori” può avere un povero bambino orfano nelle proprie tasche? Un sassolino tondo, uno luccicante, un bottone, uno straccetto appartenuto alla mamma.. Si sa, i bambini sono animisti, questi sono i loro valori, oggetti preziosissimi, che tuttavia si possono anche scambiare. E che cos’è la comunità se non uno scambio di doni (dono: munus , cum-munus, communitas)?
Questo scambio, aggiunge il prof. Arkel, è così simile allo scambio di un segno di pace della messa cattolica, o alla “co-spirazione”, parola che viene dal mondo greco, l’affiatamento, che una volta era un bacio… Respirare insieme vuol dire lavorare insieme, faticare insieme.. E’ il nostro fiato, che ci riporta al respiro primo del bambino, così faticoso, ma anche al respiro ultimo.. Tutto torna..
In questo stesso spazio, nella Dom Sierot, Korczak fece allestire, per la messa in scena del 18 luglio 1942, l’Ufficio postale di Rabindranath Tagore. In questo dramma un bambino muore senza poter uscire dalla sua casa a causa di una terapia sbagliata del medico. Alla domanda: “Perché hai fatto recitare ai bambini un testo così triste?” Korczak rispose: “Perché i bambini imparino a morire serenamente”.
E’ questo il punto più commovente dell’incontro col prof. Arkel. E’ qui che ci parla dell’ultimo diritto del bambino, finora nascosto: il diritto alla morte. Anche il bambino ha il diritto di sapere, sapere tutto.
E’ qui che il prof. Arkel ci parla della cultura della sofferenza, che grandi autori letterari, teatrali, cinematografici, soprattutto dell’Est europeo, hanno saputo approfondire e divulgare. Pensiamo al teatro di Kantor, ai film di Wajda, Tarkovskij, Zanussi, Kieslowski, o Tarr. E ancora, alle opere dell’”oltre-nero”, un nero doppio per cui si vede la luminosità oltre il nero, per citare una definizione del filosofo francese Gaston Bachelard, o rifarsi ai quadri di Pierre Soulages, il pittore del nero e della luce.. E ancora, alle poesie dell’ ”Outre-noir” di Joe Bouquet – il “poeta murato” costretto all’immobilità dopo aver perso legambe durante la guerra. O alla Storia del Lebbroso della città di Aosta, di Xavier de Maistre. E infine a Giobbe, che nonostante tutto riesce a continuare a vivere..
Per non parlare dei patimenti dei polacchi, ebrei, ma anche cattolici, sotto l’impero zarista, durante il nazismo, sotto il comunismo.
Arrivare all’”oltre nero” e da lì ritrovare la luminosità. “Io ritengo – conclude il prof. Arkel – che il Dottor Korczak sia l’unica persona al mondo ad aver visto veramente la luce oltre il nero”.
Termino con le parole scritte sul retro della copertina del libro del prof. Arkel: “Queste considerazioni ci portano a pensare che la pedagogia non sia soltanto la scienza dell’apprendimento del bambino, con la sua derivazione educativa, ma la scienza che trasforma primariamente noi stessi perché si possa sviluppare un’etica votata al rispetto dell’essenziale e alla valorizzazione di quanto davvero serve per vivere.“

C. Cattaneo
Lugano, 1 maggio 2017